Attonita, scossa, ma bloccata, fissava il vuoto e piangeva; muoveva le labbra, senza emettere suoni.
Sul primo momento ebbi molta paura. Stetti fermo stavolta, non le asciugai le lacrime, evitai ogni contatto, avevo già fatto abbastanza danno.
Dovevo stare zitto, sviare il discorso, lasciare le cose in sospeso, senza dare troppe spiegazioni. La mia sincerità per quanto semplice, era dura da digerire, ma il problema è soggettivo; anche se un po’ di scrupoli e ripensamenti ogni tanto mi prendevano.
Speravo in un "vaffanculo", me ne son presi parecchi, non sarebbe stato un caso isolato. Credevo urlasse di rabbia e mi cacciasse a male parole, aspettavo una reazione.
Dopo una decina di minuti, non vedendo cambiamenti apprezzabili, mi alzai. Girai per casa e chiusi le finestre, misi sul tavolino da fumo il vassoio con la spremuta. Il mio compito era finito, avevo ripreso la mia felpa e mi ero sincerato delle sue condizioni fisiche. Per quelle psicologiche avrebbe avuto bisogno di altro, non di me. Andavo alla deriva per conto mio, non mi servivano altri patemi, stavo a galla a malapena.
Indossai il giaccone e presi la via della porta, quando con un flebile filo di voce mi chiese: " Matteo, quando sarò in grado di camminare senza intoppi, posso offrirti una pizza? ".
Attesi un istante prima di rispondere, l’ idea era simpatica, stavo quasi per dire va bene, ma le parole che uscirono furono molto diverse: "Vedremo, Maddalena, per adesso pensa a rimetterti in forma. Hai davanti un lungo cammino, poi meglio se uno come me lo tieni alla larga. Ho un pessimo atteggiamento e non ho un carattere facile.
"Allora perchè hai fatto tutto questo? " chiese sbigottita
" Una mano non la nego a nessuno e tu ne avevi bisogno, in più avevo promesso ai tuoi che sarei stato presente, ma l’ ultima volta che mi son fatto coinvolgere troppo, l’ ho pagata e la sto pagando cara, no grazie".
Ci fu silenzio, quei classici silenzi scomodi che infastidiscono, quelli che a dispetto del sostantivo parlano con chiarezza.
Vidi la tristezza nei suoi occhi, un velo opaco le si adagiò su quel bel viso coperto di ecchimosi e cerotti.
Non le detti possibilità di replicare, chiusi la porta dietro di me, non salutai nemmeno. Freddo e distaccato, mi sentivo una merda. Rimasi sullo zerbino come un cane in punizione.
In un altro momento, forse, sarebbe andata diversamente, ma chi lo sa.
Non presi l’ ascensore, avevo bisogno di spazio.
I gradini della lunga scalinata in marmo bianco, sembravano tanti mattoncini lego, mi fermai alla finestra che dava sul parco. Coppie sulle panchine, i cani correvano e anziani passeggiavano piano, ragazzi urlanti e spensierati.
Beati loro.
Un colombo si posò sul davanzale... e così senza apparente motivo, mi tornarno alla mente le parole cannate e cazzute della psicoterapeuta, durante l’ ultima seduta, che mi costarono una cospicua perdita di euri, certezze e riaccesero le braci di vecchi falò di vizi e virtù: " Matteo sei un grande attore, le sedute dovrebbero farti abbassare la maschera, dovresti essere sincero e onesto, sennò è tempo perso....".
“Doc, non sono complessato, solo complicato, ma piú semplice di altri. Parlo con tutti, sempre che ravveda un q. i maggiore di una zanzara morta, altrimenti non importa; sto bene con pochi, ma anche solo. Non cerco il confronto forzato e le discussioni a senso unico mi indispongono. Me ne sto per cazzi miei e raramente chiedo favori. Mi irrita il buonismo mascherato da ipocrisia. So bene di non piacere a tutti e va bene cosí, ma anche se non piacessi a nessuno sarebbe lo stesso. Vivessi per essere accettato, avrei un problema. Me ne sto in disparte con la musica nelle orecchie. É di gran lunga piú salutare ascoltare parole cantate o rimate, che vomitate da bocche indegne e prive di sentimento. Il resto, Doc se pensa non sia sincero, ha sbagliato tutto quanto, comunque..nothing else matters"...
Alzai gli occhi al cielo sbuffando come un vecchio treno a vapore, vai a capire il perchè di questo assurdo ricordo....
Dopo l’ ultima rampa di scale, giunsi finalmente fuori, vento fresco e luce morbida.
Accesi l’ ipod, infilai casco e guanti, mentre Summer Haze suonava piano, detti manetta e... fottesega.
Fine