CAPITOLO XIV – Così Parlò il Sarraiocco
Tutti applaudiamo, bene bravo complimenti, a questa graziosa spiritosaggine… ma il Sarraiocco, ch’ era stato fino ad allora in silenzio, paonazzo per il vino, così ci sbotta: “ Ma quanto me ne può fregare a me di Cacà e di tutti gli ex pezzenti che vi comprano quei due volpini milanesi per spillarvi i soldini mentre a bocca aperta come baccalà strillate gooool, manco te lo immagini… che se parliamo seriamente è da metterci una bella lastra tombale sopra, a questo sport… con su scritto riposa in pace… ma che sono più calciatori questi damerini?... ma puttanoni che hanno a tergo la cifra del loro prezzo sulla maglietta… ma troione che invece del magnaccia ci hanno i procuratori… guardate cosa è successo allora a quella testa di minchia che si credeva un padreterno fuori d’ ogni regola… ordinava e regalava a destra e a manca… che se li sapeva scegliere bene gli arbitri, lui, i segnalinee e pure i racchettapalle… è che da quando la finanza ci è entrato a capo fitto in questo piatto ricco, in questo baratto di schiavi speciali, e si sono quotate in borsa le società, chi vince è sempre e solo l’ indice mib… ma andate affanculo, allora, dico io… che solo a vederlo un pallone ora, mi viene il vomito giallo… e intanto qui ci sta la crisi che non si può più vivere… nemmeno la prosciuttella si può comprare al bottegaio… ma prima te la potevi comprare una fettina di carne, almeno, ma ora invece non si sa quanto ci costa… e se la vai a cuocere, ti si ritira e ti diventa piccola come le cento lire… che da quando siamo passati all’ euro ci hanno fracassato le ossa… si sono succhiati il sangue e l’ anima nostra, sti bronzi di stronzi… si sono spartiti il bottino tutti i mostri della terra, tutte le mosche del capitale… vi ci hanno ficcato dentro i ladri, gli imbroglioni, i taccheggiatori, i falsari, gli speculatori… insomma ogni sorta di banditi… così è un miracolo che ci è rimasto attaccato un po’ di pellame addosso all’ osso… perché dico io: tu, Romano ci vuoi sbarcare in europa e va bene… ma allora gestiscilo tu col tuo governo il cambio, il trapasso all’ euro, no che ti fai cadere da quell’ erremoscia coglione proprio quando ci serviva… che è alla vendemmia, si sa, che ti si azzoppa l’ asino… mentre si dovevano chiudere tutti i buoi nella stalla, che invece sono scappati via, ormai… perché sappiamo come sono andate le cose… che la sorte di quel favo di miele è toccata al Silvio, cosicché ora siamo più poveri e indebitati fino al collo e con l’ amaro in bocca… e ogni giorno che passa ci va peggio… ma non ci starebbe così allegro se avessimo un paio di palle così, come li dico io… ma è che il popolo così è, che in casa sono leoni e in piazza coglioni… ma che una volta, davvero, c’ era la classe operaia che ci marciava tosta nei cortei, da far paura… ma che adesso invece, con il lavoro ridotto al mendicantesimo attuale, si è tutto spento… disciolto in mille contrattini precari, atipici… lsu… cococo… che mi sembrano ormai più polli polletti che si beccano tra loro che coscienza di classe… eppoi c’ era chi ti difendeva veramente allora, che adesso invece non ti aiuta più nessuno, né uomo né santo… c’ era il Cherubini ch’ era un orcone di comunista, onesto e dabbene… ci potevi giocare a morra al buio con lui, senza timore… e andava dritto dritto al capo del personale a dirgliene quattro… a riparare a un torto o a ripristinare un diritto… e lo ricopriva di ceci e di frasche…. e ci sbatteva i suoi scarponi sulla scrivania… e ci aveva la voce forte e squillante che gli cresceva a pari dello sdegno, a quello, poi, che sembrava una tromba… ma basta, che me la voglio tagliare anch’ io, per giuda, la mia lingua, se non mi aiuta a dovere… e siccome ci fate i poeti, voi, a questa cena, ve la voglio proporre ora, qui subito, questa prosopopea funebre che non ho scritto io, ma un tesoro d’ amico mio che ha un canestro di estro, un po’ come voi… e che ce lo dipinge per filo e per segno il quadro bloccato di questa paralisi odierna:
Verrà la Morte e troverà cose inanimate, cose già morte:
che carpire se non l’ infinita apatia di oggetti?
Quale scintilla s’ invola sull’ oceano piatto dell’ essere?
Verrà la Morte e troverà morti: si lamenterà con la Vita,
incapace a viverci dentro:
“ Cosa mi lasci alfine, Vita, se non otri e ventri?
Che ghermire a costoro da far perdurare in eterno?
La birra di cui si gonfiano forse
o la guasta gozzoviglia con cui banchettano?
Avevi promesso da falciare un giardino terrestre,
invece mi conduci davanti ad un secco sterpaio,
mi conduci un gregge defunto di automi meccanici.
Non un puntuale falciatore di vite avresti dovuto ingaggiare, Vita,
ma uno sfasciacarrozze.
Ecco, depongo la falce e il mantello, mi ritiro:
ben altra morte, spazzini nuovi verranno
capaci di annichilire in un unico tempo”
La Morte scomparve,
così sulla terra s’ iniziò a morire due volte,
al principio e alla fine”