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Cola al labbro un velen, e grida un senso
di rigurgito ansante, e mesto io penso
che in questo fosco e negro e in strazio fiele
vi sia del miele;
e penso ai ciel azzurri, e all’Ideäle
‘ve l’Angiol sommo rasserena l’ale,
e parmi l’astro piacevole inganno,
la terra affanno.
Allor men prego prono - al fango e a’ vermi -
frutto beffardo son di stolti germi,
e ‘l suol tra’i denti, e illagrimato core,
lodo ‘l Signore,
e nella prece l’anima mi duole
come Tempesta su’ un campo di viole,
come un tòn che mi dice: «È questo un sogno!»,
e mi vergogno;
mi vergogno al gentil pensar divino,
in sulla Notte ria del mio mattino,
e fango esteso sono, e son pensiero
e ‘l Ciel m’è nero,
come quei che minaccia i Temporali,
saëtta Iddio i miei sogni corporali,
e m’è uggioso ‘l Ver, Vita bugiarda,
l’Idea beffarda,
e questa prisca e cupa giovinezza
m’è Morte, orrore, infedeltà e dolcezza,
e in tra’i Santi gentil, né vò e serpeggio,
e mi dileggio.
Van fu l’alloro, e vano ‘l Sentimento,
indarna l’ira, e indarno l’ardimento,
e di cotanto ciel - lontano - orbato
mi piango al Fato.
Tra l’erbe un tigre va e ‘l suolo ne strugge,
amaro nappo onde ‘l mio labbro sugge,
di Vero ho sete, e di quest’altra Idea,
bianca ninfea.
Ne sogno allor i fanghi e i gelsomini,
l’Azione e ‘l Verbo e i sensi sopraffini,
l’Odio e la Carne, la beltà e l’Amore.
Ma ‘l vespro muore. | 
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