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 Trasportato son dalla figlia della notte,
in questa desolata landa, dalle vorticose acque
che calme, ora, sono qui condotte
Come nenia nel gorgoglio dei flutti
nascosti stanno a pullular l'acque
e dell'inganno loro ancor mangiamo i frutti
Sopra ad essi l'ira sovrana regna,
che azzannar si vuole è colpir si deve
l'umana furia di queste acque è degna
Baratro sono queste acque fetide
raggiunger, devo il fatal vestibolo per la via breve,
lontani i fuochi, che come pesco attira l'afide
Solo lui passare può è controllar il fango deve,
traditor e tradito fu dal vecchio fiume,
ritornato è la, e l'acque sue beve
Fremente è la funesta ira è va percuotendo l'acque,
il legno febbrilmente muove nello squallido marciume.
L'urlo suo l'aria empie è così diversamente nacque
Lo sguardo mio a lui si volge, a lui che non ha alcun viso.
Degno non sono ormai nell'attraversar il guado
l'umano amore mi ha cosi diviso
Un sorso d'acqua e l'antico oblio cercare,
lavare il viso per pulirmi dal mio degrado,
voltarsi indietro è all'umana vita tornare
Infernale fiume che come padre con me sei stato.
Ora qui sulle tue rive un sussulto umano il cuore mi preme.
No! l'infernale animo mio non è bastato
Come vorrei donare a voi nere acque eterne
e riversar in voi il mio nascente seme
che ponte sia tra l'umana gente. | 
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