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 | Ti neghi sublime e nell'anima astrusa
derivo il sembiante che adombri
da poche parole, sottratto
e iterato.
M'ammalio, voragine al pozzo,
specchiato nell'omen che trai
dal santo in cui sei battezzata
in dovizia.
Disdetta, vertigine in pena proponi
purgando l'oggetto dall'-a di quell'acqua:
da qua intorbidata,
che ruba il tuo viso, sequestra l'immagine vera,
la divora,
barbaglio residuo, nell'ombra,
da qua della vera del pozzo:
senza fondo.
Cui do da inghiottire nel gorgo di là della vera
la vera che t'orni del dono di te:
e non torni più vera,
tu.
Precipito dentro.
Attingere provo, e il supplizio
si torce, mi devia in scarse parole
incongrue; e divide, la soglia:
invera l'abisso in cui pesca l'incanto
che solo l'eco adduce, e vi s'annega.
Ti neghi: ed è il purgatorio
che nega l'inferno: il tuo dono.
Disdici, passaggio coatto,
e ti fai salvazione:
in penitenza m'imponi il racconto.
E oblitero muto la vasca –
già detta in poetico segno:
altro –
che il nome n'attingo e guadagno,
la pena scontando a dar conto:
montale d'indizio secondo, cortese.
Così che la vera del pozzo
s'inghiotte quell'-a, quell'oggetto,
mi rende il tuo viso, di grazia prezioso.
Ritorni tu vera,
e qua, da di là da quell'acqua,
riaffiora la vera alla vera:
nel simbolo in cui vi disposo,
midons. | |
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