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Poesia sul tema Un grido non ascoltato dal mondo sommerso
Accolse
il tuo ventre
il mio dolore,
non remi in mano
che vigor m’arrese,
né opulenza alcuna
a foraggiar il giusto
tuo propeller,
per l’intero scarno
indi,
t’isso la vela
e alla deriva,
fiacco, m’adagio
e, molle, indugio
brezza amica
per afferrar,
senza fatica alcuna,
il meritato largo,
fermo in te desio
di veleggiar distante
dall’ostile scoglio,
repentina alea,
a consumar
di te barca
e di quel mar tuo amante,
a lenir le pene,
placida quiete. | 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
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| «Emergere dal mare della umana indifferenza: una barca, ancora di salvezza, prendere il largo a filo d'acqua, lasciandosi andare alla speranza, abbandonandosi al sogno, indirizzando il timone verso il futuro per lenire e dimenticare il passato. Scappare lontano dall'ostico scoglio della quotidiana altalena tra il restare crudi spettatori di fronte alla sofferenza o affondare partecipi nei drammi della vita. Allontanarsi sereni dalla ipocrita credenza che disabilità o disagio siano sinonimi di disuguaglianza, diversità e differenza.» |
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