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♦ Pierfrancesco Roberti | |
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A pacinu, aventro a ‘n puzzu
de carge sfocata,
l’anema mea rebbolle e
‘ntornu ‘ntornu
li diauli a fa’ lu sardarellu.
L’acqua che cala
no, non me refresca
e non smorza la sete e lu calore,
e me tortura.
Alle trosce,
mancu colasse jo dall’Elicona,
s’abbeoranu lupi e passaricchi.
Quaissu peccatu io sarria fattu?
Preché un aru Tantalu a soffrìne
na sete che non vederrà mai fine?
Pe’ labbera spaccate e lengua secca
e sope ‘n core amaru
mancu la manna li po’ dà reparu.
IL POZZO
A bacìo, dentro un pozzo
di calce sfuocata,
l’anima mia ribolle e
intorno intorno
ballano i demoni il fandango.
L’acqua che scende
no, non mi rinfresca
e non spegne la sete e il calore,
e mi tortura.
Alle pozzanghere,
neanche scendesse giù dall’Elicona,
si dissetano lupi e passerotti.
Quale peccato io avrei commesso?
Perché novello Tantalo a soffrire
una sete che non avrà mai fine.
Per labbra screpolate e lingua asciutta
e sopra un cuore sofferente
neanche la manna può portare sollievo. | 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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«Vernacolo pietrafortino del gruppo dialettale umbro- reatino.» |
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