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 L’estate ci sorprese, ci sorprende
sempre inadatti, in questa inettitudine afosa
anche ad amare, ad amarci.
Un risveglio in velo d’organza sul tuo petto nudo,
alle radici di un melo che sta per fruttificare in una notte
di plenilunio fiorito tra pianeti compiacenti,
mi ripagherebbe forse del rimorso, delle corde spezzate,
della follia semplice e testarda nel volerti?
Tu che improvvisamente mi trovi sentimentale e ingenerosa.
Eppure la mia follia, le parole appassionate,
il tuo coraggio, il rischio non calcolato, i fili
d’erba tra le labbra, il coccolarci e la nostra strana idea
dell’amore come libertà in due, eppure tutto ci piaceva.
L’estate ci sospese, ci sospende
sempre paurosi, in questa reticente ansia
anche ad amare, ad amarci,
nonostante qualche vita di riserva,
tu un jongleur senza protezione,
io che ho rimesso lo zucchero nel servizio di maiolica.
Una lettera d’amore incondizionato, di quelle
che se scrivi tu, pensi patetiche e se scrivo io
trovi accademiche, ci estirperebbe forse dall’incertezza?
Dall’essere in bilico nel vuoto o nel troppo pieno
degli impegni inderogabili in cui il sudore è diverso,
asettico, non profumato della mia luce, della nostra voglia
ancora raggiante e mattiniera come fossimo nel Midi
tra il vociare enigmatico dei fenicotteri e il cavalcare
impetuoso e ravvicinato dei cavalli bianchi
come la tela che t’appresti a dipingere
dove io ora sono soltanto un nome in più
imbrattato del colore della lavanda o della peonia,
non ricordo bene, fuori stagione.
L’estate ci colse, ci coglie
sempre impreparati, in questo inesperto tormento
ad amare, ad Amarci. | 
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