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«Chardin è uno dei miei pittori preferiti. In pieno secolo diciottesimo, alla vigilia di avvenimenti storici importanti, egli dipinge nature morte ed interni nella tradizione della pittura olandese del '600 e quella ancora antecedente fiamminga, pittura atta a raffigurare la nascente borghesia delle rispettive epoche e al contempo la vanità delle cose terrene. Come a dire che la natura morta rappresenta meglio di un nudo poiché cala il soggetto nella sua storia, intimità, fragilità, perché sono gli oggetti che ci rappresentano in quanto ci dominano. Tema più che mai attuale, come sottolinea Magritte quasi due secoli dopo nel suo "I valori personali" dove pettini e fiammiferi giganti invadono una stanza da letto delimitata da un cielo. Sono le dualità tra soggetto e oggetto, tra sostanza e forma, tra essere ed avere, che hanno alimentato i filoni aurei della filosofia occidentale. Lo ha intuito Chardin quando dispone simmetricamente gli oggetti, quasi in progressione: un bicchiere, due castagne, tre mele, un paiolo con un cucchiaio rigidamente sospeso nell'aria... Gli oggetti avvolgono la nostra realtà d'apparenza ma nello stesso tempo la rivelano nella sua cruda ed affascinante verità: rimandano alla nostra precarietà perché si deteriorano; rinviano alla nostra eternità perché sono avidi di luce e riverberi; gli oggetti rappresentano soprattutto, proprio nello scarto fra transitorietà e infinito, la nostra sfuggevolezza, il nostro mistero.» |
| Inserita il 23/10/2015 |
Viviamo circondati da oggetti inanimati
Astruse simmetrie che si moltiplicano
in successioni numeriche, sfidando il caso
rimandano ad altri mondi,
sconosciuti percorsi d’altre stagioni,
vite precedenti, testimoni forse
di delitti, schizzi di sangue
sulle pareti opache di vecchi camini.
Riverberi lucidi d’un bicchiere d’argento
dove sistemarsi ciocche di capelli
dopo amplessi cortigiani
nell’apparente quiete di un focolare domestico
dove delira e cova la nostra realtà
precaria, infinita, sfuggente...
Il vero soggetto imperscrutabile della scena | 


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| «L’immagine è un mio dipinto, copia de "Il bicchiere d’argento" (1768, circa) di Jean Baptiste Siméon Chardin.» |
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