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Al tempo d'un indebito tormento
attraversai coll'occhi una radura
pien d'erba, fiori e brezzolin di vento.
A chi crede non fu una gran tortura
racconterò di quello che successe,
poi piangerà con me la mia sventura:
Le membra mi volavano indifesse
sul manto erboso che rendea gioviale,
le pene si sopìano e senza d'esse
io scorrazzavo come un animale,
leggiero non pensando di lì a poco
avrei raccolto un odoroso strale,
quando che verdi foglie a mo' di stella
si presentaron in ameno loco
e risvegliaron 'sì la mia favella.
"Oh voi astri di prato quanto foco
ardete nel mio core malandato!
Potrei, vi prego, intrattenermi un poco?"
Le foglie dallo sguardo trafelato
tra loro a moti languidi d'intesa
di rimandar, decisero, il commiato.
"Tu che, peregrino, in cor ti pesa
la colpa d'esser nato peccatore,
tra le nostre braccia un po' riposa"
Così che io m'accinsi a quell'odore
lasciarmi andare come non si deve
e poi sognai almeno per due ore.
Fu allor che si gelò di fredda neve
per quanto fosse giugno ormai inoltrato
e il cielo avea tirato le sue leve.
"Ohi che sventura" volsi alle mie fate
mentre nel ghiaccio mi trovai ibernato
"Perché da voi mi par essere estate?"
"Mio caro peregrin dall'incarnato
'sì pallido e dolente, che credevi?
chi fuma l'erba non sarà salvato!"
('Ste stronze de du' stelle fior di nevi
m'avean condotto all'antro del peccato
e ora pur' i peli mi son grievi) | 
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«Terzine trecentesche in chiave satirica, ispirate al I Canto della Divin Commedia.
Probabilmente un oltraggio alla Letteratura.» |
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