E’ sorprendente. Scrivi una parola sul motore di ricerca o una frase o una porzione di frase, e viene fuori un universo di sapere o un caos. Riesci a conoscere anche ciò che non hai chiesto o rimani con la tua ignoranza, fuorviato dalle innumerevoli informazioni che escono fuori semplicemente cliccando con il mouse su una parola.
Una volta neanche ti sognavi di fare cose del genere! Ed in un certo senso era meglio.
Ora ti affidi a google o a virgilio e, se sei superficiale o poco intelligente, riescono a fare di te ciò che vogliono.
Mi domando spesso, ma è questa l’ evoluzione dell’ uomo, starsene così in attesa che un pc fornisca tutte le risposte alle sue domande?
Sinceramente, mi attrae di più un uomo che piange e ride, un uomo che si commuove, sensibile al tono di una voce femminile, o a un’ emozione, un uomo che ancora crede nella semplicità della vita e nei suoi valori, anziché una mente diabolica in preda a un’ overdose di nozioni, che escogita mille trucchi per ingannare o superare gli altri.
Ci sono momenti che passi davanti a un pc a soddisfare una tua curiosità. Vai da una pagina a quella successiva, scopri un bel blog, chatti col tuo amico, apri un foglio di word, e cominci a scrivere. Una sorta di miracolo, insomma e, come per incanto, vedi avanzare il nero su quella coltre sterminata, quasi fosse un esercito.
Ma la vita non è tutta lì e dovresti appellarti al senso della misura, o al tuo buonsenso, alla razionalità per capire quando è il momento di stoppare.
Ci sono momenti in cui, stranamente, il web riesce ad essere il tuo rifugio o un piacevole passatempo, uno strumento di distrazione dalla quotidianità, quella che sappiamo carica di affanni e patimenti.
Ci sono momenti che ti metti lì ad aspettare, come un gatto alla finestra, ma non sai cosa, semplicemente stai lì in stand- by, quasi speri in un suggerimento dallo stesso pc, su cosa fare.
Capita a tutti, o almeno credo. Capita anche a me.
Deve essermi accaduto in uno di quei momenti. Digiti una parola, poi un’ altra, un’ altra ancora. E’ un processo a catena. Ti ritrovi alla fine in una giungla.
M’ imbatto nel professor Grammaticus. Chi sarà mai, mi chiedo. Il nome mi fa pensare a uno che conosce e rispetta le regole, quelle grammaticali, s’ intende, uno che non sbaglia una virgola, che sa anche che esiste il punto e virgola, che non mette i punti solo alla fine, e che ti piazza quei bei puntini di sospensione, attenzione eh, doverosamente tre e non più di tre, per farti o non farti capire qualcosa.
Ma possibile, mi chiedo, che sul web io debba mettermi a leggere queste cose, possibile che si possano rinvenire intere righe e pagine su questo Professor Grammaticus?
Eppure è così. Cavolo, mi dico, ma che scoperta sensazionale! Il professor Grammaticus è un personaggio creato dallo scrittore Gianni Rodari.
Alzo gli occhi al soffitto, come per cercare una risposta diversa.
A scuola ho studiato Gianni Rodari, lo scrittore delle innumerevoli filastrocche: filastrocca brontolona, filastrocca burlona, filastrocca per quando piove, filastrocca di primavera, filastrocca di ferragosto e via discorrendo. Lo scrittore delle fiabe e di tante poesie divertenti.
Ricordo di aver letto quella poesia da un titolo un po’ strano: Un uomo maturo con un orecchio acerbo.
Sì, accadde sul diretto Capranica- Viterbo, qualcuno gli domandò cosa se ne facesse un uomo maturo di un orecchio acerbo, lui: Rispose gentilmente: ” Dica pure che son vecchio.
Di giovane mi è rimasto soltanto quest’ orecchio. E’ un orecchio bambino, mi serve per capire
le cose che i grandi non stanno mai a sentire”
E ricordo tante altre cose, ma questo personaggio, il prof. Grammaticus, davvero lo ignoravo. Una persona molto seria. Vive per la grammatica e non ammette errori. In realtà, sotto sotto, è un vero appassionato della lingua italiana e, anche se sembra veramente un fanatico, è capace di dimostrare un grande cuore e una grande sensibilità. Ma solo in casi estremi, naturalmente!
Allora vado avanti a cercare, voglio saperne di più di questo professore.
Ecco! Eh sì, ho trovato un estratto da “ Il libro degli errori, - Gianni Rodari - 1964 – Einaudi-
ESSERE E AVERE, e questo a seguire è il testo:
“ Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. Erano operai meridionali, emigrati all’ estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
- Io ho andato in Germania nel 1958, – diceva uno di loro.
- Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
- Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: “ sono andato”?
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
- Il verbo andare, – continuò il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ ausiliare essere.
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse:
- Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei.
- Un verbo intransitivo.
- Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’ altri… Lasciare la famiglia, i bambini.
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.
- Certo… Veramente… Insomma, però… Comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo “ essere”: io sono, tu sei, egli è …
Eh, – disse l’ emigrante, sorridendo con gentilezza, – io sono, noi siamo! … Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbottava tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi … Ma gli errori più grossi sono nelle cose!”
E’ proprio così: gli errori più grossi sono nelle cose!
Poi, cercando cercando, scopro un professor Grammaticus riformista, come nel testo tratto da “ La riforma della grammatica – Gianni Rodari, “ Il libro degli errori”, 1964, Einaudi, Torino, e che riporto di seguito:
“ Il professor Grammaticus, un giorno, decise di riformare la grammatica.
– Basta, – egli diceva, – con tutte queste complicazioni. Per esempio, gli aggettivi, che bisogno c’è di distinguerli in tante categorie? Facciamo due categorie sole: gli aggettivi simpatici e gli aggettivi antipatici. Aggettivi simpatici: buono, allegro, generoso, sincero, coraggioso. Aggettivi antipatici: avaro, prepotente, bugiardo, sleale, e via discorrendo. Non vi sembra più giusto?
La domestica che era stata ad ascoltarlo rispose: – Giustissimo.
– Prendiamo i verbi, – continuò il professor Grammaticus. – Secondo me essi non si dividono affatto in tre coniugazioni, ma soltanto in due. Ci sono i verbi da coniugare e quelli da lasciar stare, come ad esempio: mentire, ammazzare, arricchirsi alle spalle del prossimo. Ho ragione sì o no?
– Parole d’ oro, – disse la domestica.
E se tutti fossero stati del parere di quella buona donna la riforma si sarebbe potuta fare in dieci minuti.
Ed ecco spiegato come, un semplice click di mouse su una parola, può portarti a fare una scoperta meravigliosa e ad arricchire le tue conoscenze, così come può farti smarrire in un coacervo di parole inutili e false informazioni.
Il tempo è volato, avevo tante cose da fare, la mia solita quotidianità, ed ero già stanca dal lavoro dell’ ufficio, ma ora mi sento bene, dopo la mia sana distrazione.
Mi è tornato il buonumore e, peraltro, mi sono anche divertita.
Grazie Gianni, consentimi di chiamarti per nome, giacchè non posso stringerti la mano. Sì, questo, solo questo, ora mi verrebbe da dirti.