Zina non conosceva il colore del mare,
coi suoi quindici anni ed una valigia vuota
s'incamminava scalza lungo la polverosa strada di paese che portava al mare.
Nessun amico, nessun perdono,
quegli occhi azzurri d'un azzurro mare
sconfitti e spenti guardavano ormai solo il silenzioso vuoto della sua anima.
Zina, coi suoi quindici anni,
con quello strano trucco sulla sua faccia da bambina,
troppo evidente da cancellare,
troppo profondo da poter dimenticare.
Zina, coi suoi quindici anni,
con una mamma sola e sei fratelli da dover sfamare
in quell'Agosto afoso di paese del Sud
dove la povertà è vergogna
e la disperazione ti fa vendere il corpo uccidendoti l'anima.
Zina non conosceva il colore del mare,
a piedi scalzi raggiunse la scogliera e,
stanca, chiuse gli occhi per un istante,
mentre l'azzurro dei suoi occhi s'unì all'azzurro profondo del mare. | 


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Ancora sereno è il cielo:
rintanato al buio guardi
all'esterno con il terrore
che la troppa luce ti
possa ferire le pupille,
ormai troppo sensibili al contatto.
Come un cane rabbioso,
già ammansito, attendi
paziente la ciotola di cibo che
ti viene, quotidianamente, data
da chi vede nel silenzio
la gioia che non c'è.
Ancora sereno è il cielo | 

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 | Quella domenica d’estate,
la ricordo ancora,
passata al mare
come tante.
Assonnato e pigro
sotto un tetto sicuro
m’alzai, mentre dalla televisione accesa
uscivano strani rumori di sirene.
“Che strano far vedere immagini dell’attentato
di Capaci a quest’ora”
pensai distratto.
Ma le sirene erano tante
e quelle che vedevo erano
case e non un tratto d’autostrada.
Allora, lo sguardo di colpo si fa
attento e silenzio
e muto mi siedo ad ascoltare.
Parlano di un nuovo attentato, di morti, di tritolo,
di terribile esplosione,
mentre carcasse d’automobili
fumano squarciate e
tutto è polvere e dolore
e un nome, d’improvviso, mi raggela: “Borsellino”.
Come angeli, anime scagliate in cielo. | 


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 | E ti ricordo ancora,
benché arreso ai lustri,
benché comunque amici,
lì seduto ed attento a lezioni di
lontanissime geotecniche memorie,
tra improvvisate esposizioni
di acuti e scherzosi Cherubini
già lassù in cielo.
Sì, ti ricordo ancora,
nelle nostre rare passeggiate insieme,
con il tuo fare calmo da
riccioletto serio,
ponderatamente lento
nella rasserenante tua voce,
vettore ignaro
d'un pizzico di pace all'incerta mia.
Già, ti ricordo ancora,
per quanto ormai lontani,
spazzati via dal vento,
ricordi ormai sfocati
d'un amico
portato via dal tempo. | 

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 | Color arancio era lì:
raggi gamma riscaldano
l'ombra del sole che
sorge, dopo notti senza
luna che muoiono lottando.
Risorge l'alba
e appaiono, pian piano, fiori,
di odori vari e silenziosi,
nel semi- buio dilagando,
senza oltraggio, senza
troppo pensare al
rigore matematico di
una propagazione d'onda.
Color arancio non sa,
né le notti passate,
né chi, a poco a poco, s'accorge
d'un sole che sorge,
se irradierà calore. | 

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 | Cortisonici ricordi
s’un taccuino di ricette,
come un amore puro
sei il mio dolcissimo salbutamolico respiro
quando l'ansimante mio,
allergicamente interrotto,
mi spiega crudo quant'è prezioso.
Trofeo bambino
tenuto in tasca,
ora, negli anni,
confuso tra chiavi e
pezzi di vita,
ancor paura susciti
per un’inaspettata tua assenza.
E respiro, respiro, respiro, respiro sei
in quegli istanti,
come in un dolcissimo bacio,
amore eterno che nulla teme.
Finché morte non ci separi. | 

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| Nessun lamento:
tutto si spegne col colore
delle nebbie fitte e immaginarie
su un sipario (di secondo
piano) di scena, che nulla
ha da dare agli "altri", nè
a se, se non il ricordo
amaro e vago.
Nessun lamento: silenzio.
Nessun lamento: brilli [?] il
sole nel cielo;
brilli la speranza di coloro
che credono alla vita;
brilli il Dio di costoro.
Per me nulla è più tetro
e oscuro di un lamento
che non muore. | 

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| Pasteggiava il tè con Prevért accanto,
assaggiando morbidi biscotti al burro
mentre un soffio lieve d'ali di farfalla
nel suo giardino di zaffiri
le accarezzava il viso, rugato dai ricordi.
La sua vita, in penombra
scandagliava il crepuscolo
e Joyce, suo compagno
ne accarezzava le cineree ali,
accartocciate da quei raggi di sole stinti
che filtravano al mattino da quel belvedere ad est,
dritto dritto verso quel viale che non portava a nulla.
Lei aspettava, seduta a quella seggiola dondolante,
da anni agghindata, come lei
in attesa,
del suo ritorno, del suo dolce sorriso
con la sua ventiquattrore indaffarata
di vent'anni prima,
proprio quando le sorrise, l'ultima volta,
ormai. | 

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| Porco cane era un cane bastardo
di madre ignota che si aggirava
per strada a fare, quotidianamente,
il proprio dovere di cane bastardo
di strada.
'PORCO CANE! ' gridava il passante
distratto che se lo ritrovava improvvisamente
innanzi di sera.
'Porco cane! ' esclamava la
donna col bimbo affianco che,
con prudenza, gli passava
accanto.
'Porco cane' pensava la nonna
da dietro le finestre del
portone di casa.
Porco cane andava fiero
del suo lavoro. | 

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| Silenzio,
nella notte che fugge nel silenzio
di stelle che muoiono implodendo,
di giovani amanti che il sonno separa,
di occhi che osservano il soffitto muto,
di chi nulla più cerca.
Silenzio di non realtà che si spengono
col fragore di piume al vento di sera
nella notte che fugge nel silenzio. | 

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| Sull'onda avanza,
irrefrenabile pensiero.
Sull'onda avanza e,
infine, si schianta,
con apocalittico fragore,
sulla riva annichilita
dall'impatto.
Sull'onda ancora avanza
e, di nuovo, si schianta
con ancor maggior fragore, quasi
a voler cancellare ogni forma
di vita esistente.
E così,
negli infiniti continuum,
simultaneamente avanza,
con furia bestiale,
inarrestabilmente avanza e
si schianta e, infine, con un
urlo inumano, scompare portando
con se il tutto nel nulla. | 

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| Ho fabbricato sogni all’ombra d’una foglia:
troppo stretta era la presa
ed è caduta in terra,
ferendosi in volo.
E le mie dita
ingenue
l’han raccolta
stando ben attento a non farle del male
a preservarla da traumi ed altre cadute
a coccolarla attento
che nulla le accada
che possa ancora vivere
come è nata,
come una foglia.
Ma mentre sto lì
genuflesso e timido
ad osservare quella foglia
che, miracolosamente, integra appare,
il dubbio, come lampo, m’assale
e la mia mano, silenzioso, osservo
ed Ella, vinta, mi risponde,
lordata dal fango. | 

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| Il volto aguzzo s’allinea dritto all’orizzonte,
taglia la linea del movimento
nel riflesso ceruleo del suo sguardo,
scolpito lì a metà, come una scultura di Michelangelo
mai conclusa.
Il moto dei suoi pensieri
inarcano anchilosate spalle
e fragili arti di cristallo
che si protendono, immaginate,
nel giovane sogno di primavera di un fiore mai sbocciato.
Lì da sempre seduto, immobile, immagina la vita:
il sogno, ancora, svanisce,
mentre nei corridoi giovani corpi si rincorrono
e sorde, in lontananza, s’odono cigolii di rotelle stridule. | 

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Vigevano bambina
ha il sapore di neve, fumi scuri di Mecap su muri infreddoliti
e nebbia illuminata da fari accesi.
Le strade fiorivano tra i campi,
mentre la periferia allegra respirava, ancora, l’aria fresca del mattino
e neve, quanta neve inzuccherata sui balconi addolciva l’inverno
con il suo sapore al caffè.
Viaggia, nell’istante d’un ricordo
allontanato dalle dismemorie che sobbalzano,
tossendo passeggiate
mano nella mano dimenticate
E lontano, lontano saluta distante quel cortile arrotolato dai giochi di bambini
quando le madri, al calar del sole,
richiamavano, dall’alto, il pasto caldo della sera. | 

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Piovevano lacrime di ghiaccio
nell’aprile dell’ottantasette
e la timida primavera nascondeva le rondini
tramortite da quell’assurda persistenza (fatta di neve).
Era il tripudio delle strane circostanze, di noi
che neanche ci conoscevamo poi
che attendemmo mai
sapendo poi
quell’inutile così prossima estate
che seppelliva le illusioni di chi
un po’ già moriva su quelle fragili lettere
che non avresti letto - sai? -
così lontane
che quasi non le ricordo più, ormai. | 


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A volte il viaggio mi rinfranca le stanche ali:
ho respirato tante volte il sapore del sale
tra le onde profonde del Mediterraneo,
ne ho risalito le correnti verso Nord,
sono venuto a trovarti, tra le colline di Tissi
- tu mi stavi aspettando -
Eri con i tuoi abiti fatti di nuvole azzurre e bianche
ed il tuo sorriso sdrucciolo che non conosco,
hai preso per mano la mia grigia ala ferita,
come madre, la tua anima l'ha bendata stretta,
come d'un falco colpito in volo, d'improvviso,
mentre respirava libero l'alba delle resine dei pini, in primavera
Mi hai ospitato tra i tetti verdi delle tue colline,
imbandite come l'orlo del tuo sofà in tessuto a coste,
hai saziato il mio corpo, smagrito dal viaggio
e mi hai donato piccoli chicchi di pane per il ritorno
- mentre Cassandra, incredula, scrutava il cielo, all'uscio della grande finestra verso valle - | 


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come stagni evaporati, sconnessi
camminiamo, claudicanti,
mentre lottiamo, soli,
nell’inerme attesa di una sconfitta.
E mentre gli altri tentano, invano,
di vìolare la loro solitudine,
tu accarezzi quel sole, che si ritrae,
perché nulla comprende,
se non l’ineluttabile divagar delle stelle. | 

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