Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. E quanti leggono ciò che scrive, nel dolore letto sentono proprio non i due che egli ha provato, ma solo quello che essi non hanno. E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore. | Dicon che fingo o mento quando io scrivo. No: semplicemente sento con l'immaginazione, non uso il sentimento. Quando traverso o sogno, quando finisce o manco è come una terrazza che dà su un'altra cosa. É questa cosa che è bella. Così, scrivo in mezzo a quanto vicino non è: libero dal mio laccio, sincero di quel che non è. Sentire? Senta chi legge. |
Se ad un attore si rivolgesse questa domanda direbbe che l'arte è creazione, invenzione, aprire degli spazi, scenari dove poter immedesimarsi. L'attore non "finge", si immedesima, appunto, nella psicologia di un personaggio, entra nell'ambiente che lo circonda e lo respira, lo fa vivere anche agli altri, attraverso le sue emozioni. Allo stesso modo, lo scrittore, il poeta, creano un sentire che nasce da dentro... ed ecco, nasce un capolavoro ma solo quando si compie il miracolo dell'invenzione che sposa l'emozione che scaturisce da un sentire profondo.
Per esperienza personale, so che creare, inventare qualcosa fingendo di sapere cos'è, non porta a grandi risultati, l'arte è viscere e cuore che batte forte, è pelle e sentimento, insieme con la capacità di essere innovatori.
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quello che della poesia che ho riportato mi ha turbato molto è stato l'ultimo verso che può essere interpretato in modi diversi:
semplicemente sento
con l'immaginazione,
non uso il sentimento
...
Così, scrivo in mezzo
a quanto vicino non è:
libero dal mio laccio,
sincero di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge.
si può scrivere senza usare il sentimento, ma solo la testa? e non sembrerebbe di ricreare effetti speciali senza contenuto per noi stessi?
Perchè mi fa rabbrividire il fatto che qualcuno si metta a scrivere poesie per attirare l'attenzione della gente :o
Quindi mi chiedo, tu pensavi a questo?
Anch'io tuttavia mi interrogo sul fatto se l'abilità di un vero poeta non consista nel far trapelare sempre quanto intendeva...mi sto rispondendo che non è così...
Che anzi saper parlare a tante anime è una forza della poesia e ne è la bellezza, attraverso cui possiamo anche scoprirla sempre diversa. La poesia deve parlare all'anima.
così, scrivo in mezzo
a quanto vicino non è:
libero dal mio laccio,
sincero di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge.
Mi ha colpito molto in particolare un verso:"libero dal mio laccio"
Riflettendo su questo verso devo supporre che forse l'autore in un certo modo inganna anche se stesso immaginando solamente, di fingere di essere solo vicino,forse egli sapeva che se quelle emozioni le avesse sentite sue, lo avrebbero fatto soffrire o illudere,in quel modo ha creato un sistema indolore per essere solo un semplice spettatore(ma questa è una mia semplice supposizione senz'altro sbagliata).Per questo il laccio che lui sta menzionando credo sia il collegamento alla sua personalità.Non è forse quello che capita anche a noi?
ho scritto anche io una poesia che possiamo definire "finta", il testo descriveva la visione degli occhi di una madre che aveva perso un figlio nella scuola di San Giuliano.
Ma per me è stato diverso, quell'impulso era mio, perchè ho sentito piangere il mio cuore a vedere una certa scena,la mia vita in particolare per vari motivi mi ha lasciato vicino al dolore e questo ti fa partecipe per comprenderlo fino al punto di saperlo rappresentare,perchè in un certo senso quel dolore è diventato tuo e ti appartiene.
E poi mi vedo alla fine dei tempi, con tanti fogli disegnati, da me , cieco al sapere pur bramandolo. E finalmente li guardo e non poso che dire che si, le mani del mio animo disegnarono tutto ciò, che si, gli occhi del mio animo raccolsero…. Eppure, non io sono l’autore di quei disegni ma la poesia. Senza quell’abbraccio , senza quei fogli, senza quei pastelli, sarei vissuto, ma non sarei esistito.
E poi mi vedo alla fine dei tempi, con tanti fogli disegnati, da me , cieco al sapere pur bramandolo. E finalmente li guardo e non posso che dire che si, le mani del mio animo disegnarono tutto ciò, che si, gli occhi del mio animo raccolsero…. Eppure, non io sono l’autore di quei disegni ma la poesia. Senza quell’abbraccio , senza quei fogli, senza quei pastelli, sarei vissuto, ma non sarei esistito.
siamo pieni di barriere, che ci difendono e che ci limitano anche inconsapevolmente.
io credo che quel laccio sia proprio il laccio al quale si scioglie il nodo dell'appartenenza con i sentimenti e le parole. è come se l'autore, per evitare coinvolgimenti, decidesse di scrivere di pura fantasia, inventando un mondo diverso dal proprio. ma... è realtà o illusione?
si può scrivere senza metterci del proprio?
concordo in pieno con gli interventi di Maurizio e Zima, vorrei far riflettere anche su una questione (o forse due) che non è ancora stata trattata. Quanto di quello che non ci succede non è reale? Non sono forse reali le nostre paure? Io che ho conosciuto solo mio marito e non mi sono mai lasciata, quando scrivo di abbandono metto sul foglio le mie paure, rappresento una scena che mi ha colpito, o sono permeata dall'empatia per qualcosa che ho vissuto passivamente?
come dici tu, siamo pieni di barriere, che ci difendono e che ci limitano anche inconsapevolmente.
io credo che quel laccio sia proprio il laccio al quale si scioglie il nodo dell'appartenenza con i sentimenti e le parole. è come se l'autore, per evitare coinvolgimenti, decidesse di scrivere di pura fantasia, inventando un mondo diverso dal proprio. ma... è realtà o illusione?
si può scrivere senza metterci del proprio?
c'è chi evidentemente riesce davvero a slacciarsi, c'è chi a volte ci prova, per nascondersi anche a se stesso, c'è chi ritiene che ciò non sia possibile.
Ma in ogni caso, la poesia dovrebbe prescindere da storie vere o presunte di corna (solo per citare il tuo esempio) o di altre cose che poco hanno a che vedere con lei, e dovrebbe essere pura espressione di noi stessi, nudi da ogni vincolo, sciolti da ogni laccio che ci concateni alla realtà.
come hai detto tu
e questa NON è finzione! :)
nonostante la tarda ora, Maurizio, le tue non sono assurdità! la riuscita di una buona finzione sta nel fare in modo che essa cessi di esserlo e diventi la realtà, in quel limbo di magia in cui ricadiamo ogni volta che scriviamo, quando la penna va da sola e segue il cuore, non la mente, non una storia, non la tecnica, ma quelle parole nascoste dentro l'anima che escono da sole e macchiano il foglio
Credo di poter concludere, signore e signori condensando il mio pensiero nella seguente massima del compianto Stanislao Moulinsky:
La finzione nell'arte è arte essa stessa; l'arte senza finzione è un surrogato del quotidiano; la finzione senz'arte è menzogna.
"Intelligenti pauca" ;)
La finzione nell'arte è arte essa stessa; l'arte senza finzione è un surrogato del quotidiano; la finzione senz'arte è menzogna.Piace anche a me, e mi fa riflettere
Ma perché un uomo di così grande levatezza spirituale, così ricco interiormente "deve" creare altre vite a se stesso? Perché quella che ha non gli basta e anzi la tiene celata?La delusione, l'amore sfortunato, la solitudine? Forse è questa la finzione, è proprio questa incapacità a vivere la propria vita che crea inquietudine e tristezza, come una sorta di condanna a una vita irreale, tanto da pensare di poter essere lui stesso il creatore di altri se stesso, attraverso figure da lui inventate, generate, quielli che oggi potremmo definire dei moderni cloni... chissà...
abbiamo bisogno di idealizzare l'artista perchè l'arte ci appare pura e scevra dalle brutture del mondo che viviamo e che noi stessi creiamo. l'artista deve in qualche modo apparirci come un faro nel buio, come un modello da seguire!Concordo con tutto!
ma non è così. guardando le vite di molti artisti, ci accorgiamo di come queste siano state difficili, travagliate, piene di sofferenze... non può derivare allora la bellezza dalla sofferenza?... bhe, sì... e per varie ragioni che qui sarebbero o.t.
l'avere tante facce, l'essere complessi, è una cosa di per sè affascinante, bellissima e anche molto utile, ma può essere anche un'arma (a doppio taglio).
restare intrappolati in una delle tante identità vorrebbe dire sopprimere le altre, a vantaggio di quella dominante... in un certo senso sarebbe come tornare ad essere se stessi! ma magari un sè che avevamo cercato di annullare o nascondere. oppure invece potrebbe voler dire dare un nome ed una forma fittizia, un aspetto immaginario, una vita immaginaria (magari quella che ci soddisferebbe e che desideriamo), così, per gioco, restandoci poi impigliati dentro senza la possibilità di tornare indietro. ovviamente questo sarebbe un paradosso, è un'esagerazione, quasi improponibile, ma mi capita di farmi domande così, sono più che altro contorsioni mentali, curiosità personali nate dal fatto che mi piace guardare le cose da ogni punto di vista, anche il più nascosto ed irrealistico, ma che non definirei "timori"! ;)
e sicuramente hai ragione... abbiamo sempre bisogno di razionalizzare tutto, di dare spiegazioni e soprattutto di definire forme, classi, generi per ogni cosa, abbiamo così bisogno di catalogare, di trovare un posto e un nome per tutto, che facciamo questo anche per la nostra anima, una cosa, in realtà, così fluida e informe che non può trovare alcun compartimento stagno...
eppure, non tutti sono legati solo all'apparenza, ma scorgono la luce nel fondo degli occhi... la bellezza che abbiamo dentro va mostrata al mondo attraverso la nostra faccia, combattendo l'anonimato mettendoci in gioco con l'unica arma che abbiamo: il cuore e la Verità!
...c'è sempre un cuore aperto alla verità...